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Cronaca | 01 aprile 2025, 16:26

Inchiesta contro il caporalato 'Mecenate': condannato a due anni e 3,8 milioni di multa l'imprenditore di Taggia Roberto Picena

Pene minori per gli altri imputati. Oggi la sentenza

Inchiesta contro il caporalato 'Mecenate': condannato a due anni e 3,8 milioni di multa l'imprenditore di Taggia Roberto Picena

Il Tribunale di Imperia ha condannato a due anni di reclusione (con il patteggiamento la pena sospesa) ed al pagamento di 3,8 milioni di euro all'Inps, l'imprenditore originario di Taggia Roberto Picena coinvolto nella maxi inchiesta contro il caporalato, denominata ‘Mecenate’, condotta dalla Procura nel marzo del 2021. Alla sbarra c'erano 26 imputati e 25 tra società e cooperative, alcune delle quali con sede legale in Lombardia ed in particolare Milano, Monza e Brianza.

Le accuse mosse dagli inquirenti sono a vario titolo quelle di associazione a delinquere dedita allo sfruttamento della manodopera, frode fiscale, reimpiego di capitali illeciti e autoriciclaggio. Secondo l'accusa l'associazione criminale avrebbe sfruttato migliaia di lavoratori impiegati nei settori della logistica e dei servizi alle imprese, conseguendo ingenti profitti illeciti nell’ordine di circa 23,5 milioni di euro a titolo di retribuzioni e contributi non versati. L'indagine rigurdò nono solo la Liguria, ma anche gran parte del territorio nazionale.

L'illecito giro d'affari, secondo gli uomini della Guardia di Finanza, ammonta a circa 23,5 milioni di euro, a titolo di retribuzioni e contributi non versati. Le indagini hanno preso le mosse dalla segnalazione di operazioni sospette, riguardanti un imprenditore originario di Arma di Taggia, Roberto Picena, a capo di un gruppo specializzato nei servizi di logistica e pulizie, nei confronti del quale vennero all’epoca sequestrate polizze assicurative per complessivi 2,2 milioni. Alcuni appalti, poi, riguardavano, i servizi di pulizie effettuate all’interno di un brand di abbigliamento famoso in tutto il mondo. Dagli accertamenti bancari secondo le Fiamme Gialle era emerso, fin da subito, la complessa struttura operativa del gruppo, composta da numerosi soggetti imprenditoriali (una trentina circa), frammentata ed articolata su due livelli: un primo livello costituito da cooperative prive di qualsivoglia profilo mutualistico, nelle quali erano inquadrati gli oltre 1.300 lavoratori impiegati su tutto il territorio nazionale; un secondo livello costituito dallo ‘schermo’ di società di capitali affidate a fiduciari e/o prestanome, che appaltavano i servizi richiesti.

Una struttura che avrebbe consentito , secondo la Procura, al principale indagato di generare nel tempo illeciti e rilevanti proventi, reimpiegati in epoca recente in attività economiche sulla piazza di Sanremo. Dalle successive indagini, eseguite da un team investigativo formato da finanzieri delle Compagnie di Sanremo e Ventimiglia, sarebbe emerso poi, che i lavoratori delle cooperative venivano ‘reclutati’, concordando la sola retribuzione oraria, già di per sé inferiore a quella prevista dai contratti collettivi nazionali di settore (mediamente la retribuzione corrisposta era inferiore rispetto a quella prevista nella misura del 30/40%) ed impiegati in turni di lavoro prolungati anche oltre l’ordinario, con la violazione sistematica della normativa in materia di orario di lavoro e privi di qualsivoglia forma di assenza retribuita. L’articolato sistema, messo in pratica da un sodalizio composto a vario titolo da circa trenta persone, tra cui anche un consulente del lavoro di Milano, prevedeva che alla fine di ogni mese i ‘caporali’ comunicassero, al vertice direzionale, le ore di lavoro prestate da ogni lavoratore presso le singole cooperative.

I dati venivano poi comunicati allo studio del consulente affinché i suoi dipendenti ricostruissero artificiosamente le buste paga su un numero inferiore di ore e aggiungendo voci ‘accessorie’ della retribuzione (indennità di trasferta, permessi non goduti, gratifica natalizia, ferie non godute... ), con il fine unico di abbattere l’imponibile contributivo e fiscale ma consentendo, alle aziende, di risultare apparentemente e formalmente in regola.

 A seguito di una parziale ‘discovery’ delle indagini, conseguente all’esecuzione di numerose perquisizioni nel mese di gennaio 2019, i lavoratori scioperarono in massa mettendo in difficoltà i punti vendita sul territorio nazionale, del principale committente dei servizi di pulizie e facchinaggio, gruppo internazionale del fashion business, estraneo alle contestazioni mosse nei confronti del sodalizio. Nei mesi successivi sono state regolarizzate le buste paga, in conformità ai contratti collettivi nazionali e nel rispetto delle norme, perfezionando specifiche conciliazioni con i singoli lavoratori delle cooperative e con la corresponsione complessiva di circa 15 milioni di euro, di cui una parte a favore dei lavoratori, quali retribuzioni non corrisposte, ed il rimanente all’INPS a titolo di contributo previdenziale ed all’Erario a titolo di oneri fiscali.

I legali degli imputati avevano chiesto il patteggiamento delle condanne, tutte con pena sospesa, anche alla luce del fatto che tutti i debiti e danni nei confronti delle parte offese sono stati risarciti. Il collegio dei difensori era composto dagli avvocati Luigi Patrone, del foro di Imperia, Gaetano De Perna, del foro di Foggia, Guido Furgiuele, del foro di Napoli, Vera Nesci, del foro di Imperia e Marco Mattavelli del foro di Milano.

Carlo Alessi

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